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Archivi Categorie: Ve meritate Belen

Silvio è tornato, e li ha mandati ai matti. E’ da tutto il giorno che non cianciano d’altro per ogni dove. Delle gare di burlesque, intendo.

Quanto gli mancava è ormai evidente pure ai ciechi (si vocifera che all’edizione delle 19 del tg3 ne abbiano parlato per oltre 10 minuti…)

Lunedì pomeriggio ho portato in giro un gruppo di signore, che mi hanno chiesto di mostrare loro nel percorso anche Villa Aldobrandini. Questo è il presupposto che mi ha portato a salire le scale di Via Mazzarino e a tornare – dopo anni – sul quel giardino pensile che è la Villa, così trasformata dopo il passaggio allo Stato Italiano all’inizio del secolo scorso e l’apertura di Via Nazionale. La sua origine è però più antica: fu sistemata all’inizio del XVII secolo sull’area di una villa precedente dal cardinale Pietro Aldobrandini, al quale era stata donata nel 1600 dallo zio papa, Clemente VIII. Pietro, che non amava molto questo luogo, a lui in realtà imposto dallo zio che risiedeva al Quirinale e che voleva tenersi suo nipote sempre vicino, comunque lo curò e lo abbellì, adornando il giardino con più di quattrocento statue e sculture antiche e costruendovi un villino, nel quale sistemò una collezione straordinaria, composta da un quattrocento quadri di pittori italiani e stranieri. Villa Aldobrandini divenne così sede di rappresentanza, mentre lui – il divino Pietro – in realtà abitava abitualmente nel palazzo sul Corso, poi Doria Pamphilij, mentre per godersi il verde preferiva un’altra Villa Aldobrandini: quella che si era fatta fare a Frascati, tutta un’altra cosa in realtà.

Oggi Villa Aldobrandini, quella di Roma, è tenuta in uno stato pietoso. Sono riuscita a scattare qualche fotografia quando ho fatto il sopralluogo prima della visita. Mi si è stretto il cuore… Statue decapitate e trasformate in superfici per scritte da pennarello. Podi e sarcofagi imbrattati con vernice spray. Monnezza ovunque. Panchine occupate da barboni in pennichella. E personaggi equivoci che facevao su e giù per quelle scale, lanciandomi occhiate non proprio gradevoli che mi hanno fatto avere paura (io, che non ho mai paura di niente ai limiti dell’avventatezza; io, che non sono una strafiga attira-sguardi; io, che mi vesto quasi da monaca in inverno e che quando questa gente la vedo da lontano, punto lo sguardo da un’altra parte). Va precisato, e non mi date della razzista, che si trattava di persone dalla pelle leggermente tendente all’abbronzato: sono loro ormai i padroni dei giardinetti e delle ville di Roma. Quegli spazi pieni di storia che dovrebbero essere usati dai cittadini e conservati come testimonianze preziose e uniche di un passato potente. Quando mi capitano queste cose penso sempre a Parigi, dove i giardini pubblici sono curatissimi, belli, vissuti dalla cittadinanza e goduti dai turisti. E presidiati dai vigili. Chissà come mai. Ma queste cose i cari europofili non le vedono e non le vogliono imitare.

Roma merita questo?

 

Piramide, nel cantiere del tram 3 una necropoli con crani e tombe 

Così titola la Repubblica online una galleria di foto relative alla scoperta di alcune sepolture presso la Piramide, a Via Ostiense qui a Roma, avvenuta qualche giorno fa durante i lavori per la messa in opera delle rotaie del tram n° 3. L’articolo è comparso sulla mia pagina Facebook, linkata da un mio amico: non leggo quel giornale (giusto per precisare). Incuriosita, ho sfogliato le foto (qui) e ho letto sia la breve notizia sotto la prima immagine della galleria, che l’articolo. E m’è venuta voglia di fare la stronza. E già… E’ più forte di me. In primis, il titolo, che è pure il titolo di questo post: come dovrebbe essere una necropoli? A parte i crani (e le altre ossa che le foto mostrano in abbondanza?), che in fondo a Roma nei secoli più antichi si seppelliva a incinerazione e non è sempre detto che si trovino ossa, mi chiedo davvero cosa ci si aspetti di trovare in una necropoli, se non tombe: forse divani e salottini in cui i morti chiacchiaravano amabilmente nottetempo? Boh… Però aspettate che a Repubblica la sanno lunga…

Pensate che “Tra gli scavi intorno alle rotaie compaiono a terra anche alcuni scheletri, uno quasi intatto con le braccia conserte e adagiato su quello che, con ogni probabilità, sarà stato un tempo il suo sepolcro“. Il suo di chi? Dello scheletro? Lo so, sono una scassaminchia… E comunque, cosa ci fa di grazia un corpo adagiato sul suolo, con le braccia incrociate, per l’estensore dell’articolo? Si trattava forse anche di qualcuno che s’era steso sul prato fuor di Porta (San Paolo) a godersi il cielo, in mezzo a una necropoli immensa come quella che stava sulla Via Ostiense almeno già dal IV secolo avanti Cristo? Un amante di cimiteri, colto da un coccolone e rimasto lì stecchito per secoli, anzi millenni, a braccia conserte, senza che nessuno ne reclamasse il cadavere o si accorgesse della sua presenza? Già, possibile… Come possibile che la presenza di questo gruppetto di crani e tombe riveli la presenza di una “piccola necropoli“. Lasciate stare quello che ho scritto poco sopra, che sull’Ostiense c’era praticamente la più vasta necropoli di Roma antica: questa qui del morto con il cranio è una piccola necropoli. Sempre forse, beninteso.

Incuriosita da tante notizie acute (a Repubblica mica sò scemi!), ho cliccato sul link all’articolo connesso (qui), e ho appreso che la necropoli sarebbe cristiana (il perché di questa deduzione non lo dicono: te devi fidà). Si ritrovano gli stessi dati e, soprattutto, un’indicazione molto molto utile per gli Indiana Jones in erba (presente anche nella didascalia lunga sotto la prima foto della galleria):

Il cantiere all’aperto, la cui data di chiusura è prevista per il 27 marzo, resta però in balia delle intemperie e delle possibili “incursioni” di qualche malintenzionato.

Ecco: ci sono indirizzo, data di chiusura del cantiere, foto che fanno vedere bene dove lo scavo si trova: affrettatevi, se volete recuperare aggratise qualche pezzo antico da sfoggiare con gli amici! Sapete? Prima i cantieri di questo tipo (e non solo) erano tutti sorvegliatissimi, quando c’era Veltroni e pure Rutelli. Mica ti ci potevi avvicinare. Ora, invece, con Alemanno, le cose sono completamente cambiate. Figurati poi quando ci sono di mezzo quei tuderi dell’ATAC!

Chiusura seria: chiedo di nuovo il permesso (e me lo prendo) per proclamare quanto schifo mi faccia questa gente. Arruolano pure i morti di 2000 anni fa per i loro bassi giochi propagandistici. Notizie idiote, false, non verificate, scritte con la penna dell’ignoranza e messe giù in spregio di qualsiasi logica, e tutte tese a dimostrare la Tesi delle Tesi: abbasso Alemanno.

E il bello è che il popolo bue ci abbocca…

Aggiornamento delle 17.50: La notizia si legge anche sul Corsera. Divertente il contenuto, scritto da qualcuno non non sa nemmeno di cosa parla (siamo finiti sotto al deposito ATAC…), e che però more solito non riesce a risparmiarsi una frecciatina allo stile molto “romano” della vicenda: cioè l’inciucio, il nascondere le cose etc. etc. Vabbe’, non commento nemmeno. Per abbassarmi al livello da dopolavoro leghista dell’articolo del Corsera, mi limito solo a ripescare questo articolo qui, leggendo il quale si capisce bene quale sia il modo “milanese” di trattare poveri morti, sospettati pure di essere martiri cristiani, di quasi duemila anni fa.

Premessa: la decisione del governo di non sostenere la candidatura di Roma alle Olimpiadi 2020 da un lato fa incazzare a morte la mia ragione e mi conferma che siamo un Paese di vecchi, un Paese decrepito che non crede in se stesso, che non ha futuro perché non lo vuole avere. Ma dall’altro, lo devo confessare, il mio cuore esulta di gioia, perché al diavolo le infrastrutture, lo sviluppo (o il magna magna?) e blablabla: Roma è salva da quello che sarebbe inevitabilmente stato l’ennesimo saccheggio barbaro, una devastazione senza rispetto della Città. E noi Romani ci siamo salvati da otto anni di incubo certo. Cosa che, se permettete, ci ha sollevato non si può dire quanto (poi, se avrò tempo, su questa cosa ci scrivo un post). Quindi, che si dica quel che si vuol dire e che siamo antichi e retrogradi e quello che ve pare, ma quando arrivi al 2012 con le palle strapiene, l’idea di arrivare al 2020 con le palle sfrantumate ti atterrisce. Detto ciò, poi ieri sera ho messo su Sanremo, ho visto i primi dieci minuti dello Smolleggiato e della platea appecoronata da Piazza Rossa (taccio del resto che è andato in onda prima; basta il commento di mia nonna che continuava a ripetere schifata: “Ma ‘ndò stanno? Allo Jovinelli?”. E mia nonna non è da puzza sotto al naso: è della Garbatella del tempo che fu, quella dei lotti e delle case popolari, no quella dei Cesaroni e dei fighetti che tentano disperatamente di popolarla oggi, per intenderci), mi sono ricordata di quanto al suddetto Svalvolato… ehm, scusate: Smolleggiato sia stato dato di compenso e di come ello abbia deciso di devolvere i MIEI soldi a Emergency e a chi cacchio vuole lui, e mi son chiesta: perché a questo Sanremo sì e a noi, e all’Italia, le Olimpiadi no? In proporzione, le Olimpiadi sarebbero costate meno e avrebbero reso di più, o no? (intanto, per ricordare che per questa Città non c’è pace, il TAR ha bocciato il blocco ai cortei in Centro voluto da Alemanno dopo i fatti del 15 ottobre scorso, e si riparte con corteo selvaggio. Roma, sentitamente, ringrazia).

Fortunatamente, in quel momento il mio angelo custode mi ha fatto arrivare un sms dal mio più caro amico, con cui ci eravamo ripromessi di commentare il festival via sms e che era ancora stranamente silente: “Non lo sto sentendo, non sto sentendo niente. Ho messo su Radio3: c’è la prima dell’Aida dalla Scala. Farò un’eccezione solo per la Bertè”. Detto fatto: abbassato il volume e accesa la radio. Nonna melomane felice, e Loredana Bertè che ha cantato (be’, cantato… si è esibita) appena è finita l’opera.

Qualche link su Sanremo:

Aldo Grasso, Il predicatore decadente

Lo sfogo di Renga (e quanto ha ragione?)

E i tuitteri che si sfogano saccentelli su Sanremo solo per parlarne male. Qui la questione è personale: detesto il mondo di presunzione che gira su Twitter, la società autoproclamatasi “dei Perfetti”; ieri sera mi ci sono affacciata un attimo e ho provato pena, tanta, per chi stava lì agganciato al suo pc, al suo iCoso e dava giù di veleno, che fa tanto figo. Finalmente qualcuno li sta cominciando a sgonfiare (ma temo che la strada sarà lunga e irta di pericoli).

E a proposito di Twitter: Claudio Velardi l’ha vissuta (divinamente e come solo lui sa fare) così.

Sulle Olimpiadi per ora (poi magari pure per il futuro: c’ho da lavorare e poco tempo) mi sto zitta. Per ora solo questo pezzo di Luca Pautasso.

Amen

aggiornamento delle 16.20: m’ero dimenticata Mario Sechi, La scelta di essere marginali (ancora sulle Olimpiadi)

Ieri. Piazzale antistante il capolinea della Metro B. Non proprio cuore del Quartiere Giuliano-Dalmata, ma molto vicino e in un luogo dove sicuramente è più visto: questo è il monumento alle Vittime delle Foibe, che sta lì dal 2008. E questo è il modo in cui è tenuto, e vissuto. Il tizio, ubriaco e dall’accento dell’est, che vedete lì seduto con la sua bella scorta di birra appena acquistata nel supermercato dietro all’angolo, s’è pure messo in posa, dopo che avevo scattato la foto, facendomi il segno della “V” e sparandomi un bel sorriso. Io l’ho ricambiato con un vaffanculo, uscito di cuore e accompagnato dal gesto della mano. Che volete farci? Ci sono cose che mi mandano il sangue al cervello, e momenti – come quello di ieri – in cui rimpiango di non essere nata uomo, o di  non poterlo diventare per qualche minuto.

Intanto, oggi, ora, andatevi a fare un giro sui quotidiani online, e poi ditemi quale di questi ricorda quello che oggi dovremmo ricordare tutti. Che Nazione indegna che siamo…

Aggiornamento delle 14.00: Nazione indegna rappresentata da un presidente indegno.

Il primo pensiero che mi è venuto a leggere il titolo di questo articolo sul Corsera online:

Per lo stupro di gruppo misure cautelari alternative al carcere

è stato: Quali misure cautelari? Il taglio delle palle? Poi però, siccome non è che su queste cose si possa scherzare (anche se io non scherzo e agli stupratori le palle gliele taglierei sul serio, seduta stante), ho cominciato a desiderare fortemente che a rimanere vittime di un bello stupro di gruppo siano coloro che hanno partorito una simile sentenza.

Non ho ancora smesso, e non credo che smetterò.

*Quando parlo di “gene algebrico” intendo questa roba qui, e cioè la conformazione nascostamente islamodiretta delle menti maschili, e non solo, della nostra Nazione. Perché tanto è inutile girarci intorno: una sentenza come questa sarà stata pure causata dal fatto che le carceri scoppiano, e la Costituzione, e il terzo grado di giudizio e blablabla (ti pare che non abbiano una bella scusa pronta?), ma a me puzza tanto di talebanesimo, misoginia e pedofilia (praticamente la sentenza applica agli indagati per stupro di gruppo lo stesso trattamento che viene applicato a chi è indagato per violenza e atti sessuali su minori) . Non credo serva aggiungere altro.

Vedi? E’ quando ti imbatti in cose come questa qui scritta da Camillo Langone per Libero che, come uno schiaffo in faccia, ti svegli dall’ottimismo che ti sei autoimposta per battere la crisi e ti ricordi la dura realtà: che i poveri di spirito esistono, lottano e sono fra noi. Che viene data loro pure la possibilità di blaterare, magari a pagamento. Capisci che il being-a-taleban insito in buona parte dei maschi italiani (e poi giù a scendere con vari livelli di islamaggine mentale, fino a quella che definiscono “moderata”) è sempre pronto a zompar fuori, così, con nonchalance, appena gli si dà la stura: leggere i commenti al pezzo, please. Sarà stato che nelle parti basse della Penisola gli arabi ci sono stati, e poi gli spagnoli – che degli arabi si sentono ancora oggi tanto gli eredi – e che poi dalle parti basse della Penisola quei bravi discendenti sono risaliti per ogni dove saldandosi a quegli altri eredi degli spagnoli che si aggiravano per le nebbie padane qualche secolo fa, ma l’anima maschia della Nazione si coccola, inconsapevolmente non ho mai capito quanto, quel gene lì. Quello che scrive da destra a sinistra e che ha inventato l’algebra. Non te lo dice, forse manco se ne accorge, ma lo fa. E trova pure ampi consensi nell’altra metà del cielo italico, un po’ talebana pure lei e molto desiderosa di mettersi in burqa, forse, ma nell’attesa sciamante ancora in minigonna… anzi (vista la stagione) in pantaloni attillati e leggins-evidenzia-mutande infilati in orribili stivali da SS. Sicché, quando trovi qualche elemento maschile autopensante e privo del gene algebrico, ti pare di aver vinto un terno al lotto, di aver conosciuto il quarto segreto di Fatima e di aver avuto l’assicurazione che: (1) il paradiso esiste e (2) tu ne farai parte.

E capisci anche un’altra cosa, o meglio, te la ricordi e sei costretta a riconsiderarla con grande tristezza, ed è quella che ti fa male più dell’altra: che tanto contro la prevalenza del cretino non ci si può fare niente. Che se va avanti così, a destra non si avrà mai un pensatore degno di questo nome; non uso la parola intellettuale perché non mi piace. Ognuno è libero di sparare cazzate e di dare aria al cervello, ma che poi lo si consideri rappresentativo di una parte culturale - prima che politica - della Nazione, ve prego no. Parlate per voi.

La conslusione di tutto questo, quindi, è che da oggi Selvaggia Lucarelli, che a Langone ha risposto - sempre su Libero - è il mio mito, e che il suo blog me lo piazzo in Preferiti.

Ora scusate, ma io torno sui miei libri, che poi arriva l’ora di pranzo e devo pensare a cucinare per la famiglia…

ps: mi auguro solo una cosa, e cioè che Camillo Langone non ci venga poi a prendere per il culo con la storia che “era una provocazione”…

Bella e ficcante (come quelli smart amano dire) la nuova campagna per-cosa-non-si-sa della Benetton, vero?

No.

Il tono ironico no. Oggi non sto in vena e l’argomento non lo merita.

Quindi, ricomincio il post…

Ma ce n’era bisogno? Bisogno di fare ‘ste foto? La Benetton ha rotto le palle. E non perché ora manda in scena due uomini che si baciano in bocca per attirare l’attenzione. Sai che scandalo! O perché ci mette in mezzo il papa. Sai che novità! Ma perché ha proprio rotto. Rotto con questo sensazionalismo a tutti i costi. Rotto con queste immagini oltre il buongusto. Questa è volgarità. Punto. Qual è il messaggio che dovrebbe arrivare con questi pucci-pucci di alto livello? L’Unhate, dicono a Treviso… Il DisOdio, a dirla come mangiamo. Se ne volete sapere di più, il delirio da comunicato stampa è qui. Le altre foto della campagna sono qui. Giusto per la cronaca: le immagini con Benedetto XVI sono state ritirate dopo le proteste; la Benetton s’è detta dispiaciuta che la foto abbia urtato la sensibilità dei fedeli.

A Treviso il signor Alessandro Benetton e i suoi geniali creativi ritengono evidentemente che il disodio si possa propagare grazie alla volgarità. Stanno indietro di non so quanti anni-neurone a ragionare così, ma non ditelo loro che sono intelliggggentissimi e acutissimi e smartissimi. Non dite loro che così otterranno solo visibilità (che è quello che in realtà cercano), proteste da destra e manca (che è quello che in realtà cercano), qualche bella polemica (che è quello che in realtà cercano), il gusto di poterci dare dei bigotti a tutti mentendo sapendo di mentire (che è quello che cercano oltre ogni altra cosa).

Poi, però, su queste foto inutili e brutte calerà il giusto oblio che si riserva alle cose inutili e brutte. Nessuno disodierà chi odiava fino al giorno prima. Chi si ammazza oggi continuerà ad ammazzarsi. Chi metteva bombe continuerà a metterle. Ma questo a Treviso non lo sanno. E, in fondo, non credo che gliene freghi poi tanto.

Che poi… La Merkel e Sarkozy che si “odiano”? Ma chi ce crede? Ma sono aggiornati a Treviso? Ma le leggono le notizie su quello che accade in Italia? Quei due si adorano… Chi glielo dice a quelli di Treviso?

Qualche pomeriggio fa su La7 è andato in onda Amore mio aiutami, con Alberto Sordi e Monica Vitti. Mentre lo vedevo, insieme a mia nonna, a un certo punto ho pensato a voce alta: “Nonna, vedrai che un giorno ci diranno che la Vitti se ne è andata… Così… In silenzio…”. Nonna ha annuito, e ci siamo continuate a vedere il film. Ma io non ho interrotto i miei pensieri. Pensavo a quello che avevo appena detto e a quanto ami e ammiri questa donna meravigliosa. Una signora inarrivabile: classe, bravura, gentilezza, grazia, ironia e bellezza sublime. Bellezza che quasi sparisce rispetto a tutte le altre qualità: Monica Vitti è forse l’unica donna (dovrei scrivere “attrice”, ma mi sembra così riduttivo…) che, pur possedendo una bellezza assoluta, è riuscita a far passare questo dono di Madre Natura in secondo piano rispetto all’arte di cui era (è) portatrice. Monica Vitti s’è ritirata dalle scene anni fa, per malattia. Non la si vede più. Intorno a lei è stato eretto un muro di silenzio dalla famiglia, e questo è sacrosanto. Per questo un giorno ci diranno che lei se ne è andata, quando tutto sarà successo e a noi non resterà che prendere atto della notizia.

Oggi Monica Vitti compie 80 anni. Dei giornali online, trovatemene uno che la celebri in prima pagina. E’ più interessante dare notizie (scelgo a caso) sul nuovo uomo della Knox, sulla colite di Anna Valle, sul libro di Vasco Rossi o sulle offese di Ibrahimovic a Pepe Guardiola. Se si deve parlare di cinema, allora vanno alla grande Zingaretti che dice che fa il papà, e la Lollobrigida leopardata sul red carpet del Festival del Cinema di Roma: questo sta andando in onda a quest’ora sull’homepage del Corsera online (per dirne una). Gli occhi color d’acqua di Monica non ci sono, nemmeno in un angoletto. Oggi, se noi fossimo un Paese e un Popolo che ha memoria e contezza di cosa sia il Bello e di quelli che sono i propri monumenti, dovremmo celebrare Monica e renderle omaggio. Ma poiché così non è, e poiché questo è un Paese dove stravincono a mani basse volgarità e rumore, allora sì: meglio la colite di Anna Valle e Amanda Knox che ha trovato subito l’uomo. Per non parlare dell’attesa messianica per la prima puntata del nuovo programma di Sant’Oro, manco dovesse comunicarci a reti unificate la cura per qualche grave malattia.

Che poi forse, alla fin fine, è meglio così, che ci sia questo silenzio, questa indifferenza. Nel silenzio l’Arte e la Bellezza si apprezzano meglio, e si lasciano trovare solo da chi realmente le cerca. Senza illudersi che questa possa essere ancora una terra in cui Arte e Bellezza (e Signorilità) abbiano cittadinanza.

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