Sono Romana. Abito in centro. Vivo a contatto continuo con quello che qui è chiamato con termine sublime turistame (avrei voluto inventarla io ‘sta parola! E usarla a manetta, qui e ovunque!). I turisti me li studio: per strada, sull’autobus, nei musei, nelle chiese, nelle aree archeologiche, nei negozi e nei bar. Ce li ho sempre fra i piedi, e la sociologia del turista mi affascina: lo confesso. È, infondo, un gioco idiota e assolutamente gratis che posso fare passeggiando o stando immobile alla fermata dell’ATAC, senza alcuno sforzo: sono loro che mi passano davanti agli occhi. Io devo solo guardare.
E, a volte, i turisti mi fanno incazzare. A bestia. Fanno casino. Non pagano il biglietto sui mezzi pubblici, e quando vengono beccati dai controllori fanno certe scene penose che il più self-believing furbo italiota al confronto è un gran signore. Al Foro Romano giocano a tirarsi i marmi che raccolgono per terra (per dirne una). Ovunque si arrampicano su statue e fontane per farsi le foto. Pisciano per strada (sì, ho visto anche questo, e in pieno giorno). Bivaccano. Mangiano ovunque. Non hanno rispetto di chiese e monumenti. Capita pure che stacchino pezzi di Colosseo per portarseli a casa…
Per non dire che non esiste “Vietato calpestare le aiole” che regga: se lorsignori si devono svaccare sul prato di Piazza Venezia (ancora per dirne una), lo fanno. Prova a farlo a casa loro, poi vedi. Ma il massimo, secondo me, è quando tentano di attraversare a membro di segugio la strada come facciamo noi. Ossia: dove ci pare. Non ne sono ovviamente capaci. Certo: lo vedono fare a noi, che ce l’abbiamo nel DNA, e pensano che Yes! Here I can! E vai allora coll’attraversaggio fuori dalle strisce pedonali o a semaforo rosso (per loro). Magicamente, però, in tal caso l’automobilista, che con gli indigeni è in simbiosi e continua a guidare consapevole che il proprio concittadino mai gli finirà sotto la machina, di fronte all’ospite straniero impenna, svicola, smortaccia… e non si ferma manco per niente, of course. Col risultato che i coglionazzi di turno se ne tornano – coda fra le gambe e umiliazione coram populo – sul marciapiede, cercando subito il semaforo più vicino memori di quanto al loro Paese fa civile attraversare sulle strisce (ecco, bravi: lasciate ‘stà! So cose da trogloditi. Nun è robba pe’ voi…).
Beninteso: non è che siano tutti così. Ma buona parte è così. E questa buona parte proviene sorprendentemente dai quei Paesi che si reputano civili e superiori. A noi. Da quei Paesi che anche i nostri Italiani complessati ritengono abitati da creature divine, civilissime e superiori. Sì… tipo quelle che tutte le sere si ubriacano, e fanno casino, e pisciano (sì, ancora) e urlano per strada, senza pensare che le facciate dei palazzi nascondono, appunto, i palazzi. E che dentro i palazzi le persone che quei palazzi li abitano forse, alle 3 di notte, dormono… O pensano di stare a Hollywood? È cosa vecchia, del resto…
Insomma, è chiaro: a casa loro fanno i perfetti, compresissimi nella parte. Vengono qui, e sarà il sole? Le civili regole che dirigono il loro civilissimo cervello quando sono nel proprio stracivilissimo Paese saltano di botto. Bum!
E allora fanno cose tipo queste.