Salta la navigazione

Archiviazioni mensili: febbraio 2012

Raramente ho visto un vigliacco più vigliacco di quello a sinistra nel video. La quintessenza dello stronzo. Le palle, è ovvio, ce l’ha quello a destra. Ma l’imbecille completo a sinistra, quello che parla, non lo sa: è troppo impegnato a sentirsi figo, mentre invece è solo un povero, ma poverissimo coglione.

E’ da qualche giorno che qui sul Coso arrivano tante visite veicolate dalla parola Luna. Le visite portano qui, ma il loro motivo credo sia questo.

Torneremo a sorriderci nel 2023, Luna.

La Luna a sorriso in Prati, insieme a Venere, la sera di venerdì scorso

 

Stavo cercando qualcosa sulla questione del femminicidio, per farci un post veloce, che tanto che vuoi dire? Di che ti stupisci a leggere che in Italia viene uccisa una donna ogni tre giorni in ambito familiare? Che stupore vuoi più provare di fronte al maschilismo becero che permea la nostra società? Questo, e quello di importazione (del quale però… shhhh… non si deve parlare!)? E al femminismo inutile, ma che poi, forse, di fronte a certe notizie appare meno inutile, per poi tornare ad essere irritante quando rimetti le cose un po’ a posto e rammenti che quelle che fanno le Se Non Ora Quando sono le stesse che manifestano per la fratellanza universale, per l’imbarchiamoli tutti, quelle che magari adesso stanno pure godendo perché l’Italia è stata condannata per i respingimenti… E il corto circuito è fatto. Quindi no: ci rimane il maschilismo becero, e i dati tristissimi del femminicidio. Del resto, il Paese è andato in orgasmo per la farfallina di Belen, e se le Belen qui spopolano, un motivo ci dovrà pur essere. Io l’ho chiamato “gene algebrico“. E lo continuo a chiamare “gene algebrico”, anche dopo aver letto quel qualcosa che cercavo sul femminicidio. Perché tanto di quello si tratta. E questo ci sta spacciando: stiamo tornando indietro di secoli, a quale epoca di preciso non lo so. Certo, è difficile pensare che questo sia il il 2012, e di certo questo non è il futuro, se l’idea di futuro è la speranza di vivere benessere fisico e mentale e qualcosa di luminoso e pieno di vita.

E che questo sia un Paese orribile, sempre più orribile, me lo sussurra anche questa storiaccia qui, quella che ho trovato mentre cercavo qualcosa sul femminicidio, quella dell’Annunziata che a Servizio Pubblico ha dichiarato: “Avrei difeso Celentano anche se avesse detto di sterminare i gay”. Ma io mi chiedo… Ma come cavolo puoi uscirtene così? Avoja poi a dire che era un’esagerazione e blablabla… Trovane un’altra di esagerazione. Dichiara poi che la stessa condotta la adotteresti con chiunque (Lucia cara, non è che ci sta un po’ di ideologia a partito preso dietro ‘sta megastronzata che hai detto?). E infine, magari, valuta pure che se uno arriva a formulare un’aberrazione di questo tipo tu dovresti provare sommo schifo per lui, chiamare subito il 118, e no pensare a difenderlo.

Ma questo è sempre più un paese di merda, spiegato e condotto da gente di merda. E quindi, con permesso, io mi ritiro nelle mie cose e mi rimetto in silenzio. In attesa che il senso di schifo passi.

Il naufragio della Concordia. Ormai sembra una vita fa. L’Italia litigiosa sembra esserselo dimenticato, presa da neve, farfalline e cazzate dilaganti in bocca a uno che farebbe meglio a cantare, o farsi prete se proprio ci tiene tanto a predicare. Un’Italia che non si preoccupa di due figli suoi che rischiano la pelle in India, e si appecorona a un popolo che solo gli imbecilli possono ritenere civile. Le responsabilità di Schettino, da quel 13 gennaio, ormai sono evidenti anche ai ciechi, e allora le sofisticherie garantiste ora tacciono, e i guru del pensiero nazional-popolare (ignari di esserlo, puzza-sotto-al-naso come sono) non hanno più motivo di parlare di quella che è stata e che resta una tragedia immane. Perché tragedia è ogni volta che si perdono vite umane, anche se questo ai garantisti è sempre interessato poco, o niente. Loro, del resto, su quella nave non c’erano, né ad affogare, né a non prendere decisioni. E come si suol dire: son tutti bravi a fare i…

I garantisti, esseri vigliacchi, tacciono: il teorema che il naufragio della Concordia serviva a dimostrare è già stato dimostrato. Ma i morti restano. E questi non sono teoremi. Sono sorrisi e vite che non ci sono più. E questi vanno ricordati. Oggi, di quei sorrisi interrotti ne sono stati ritrovati otto. E fra di loro quello della piccola Dayana.

Non so se si nota, ma mi rode parecchio: io, in questa Italia, in chi la governa e in chi crede di saperla interpretare con la presunzione di spiegarmela, mi ci riconosco sempre meno…

Copio e incollo dal Corsera di oggi la cronaca di quanto accaduto ieri sera al Teatro Apollonio di Varese. Il pezzo è a firma di Roberto Rotondo. Non servono commenti.

La onlus è ciellina e Dario Fo rifiuta lo spot

VARESE – L’opera in scena è il famosissimo «Mistero buffo», ma è curioso anche quello che accade dopo lo spettacolo. Sabato sera: sul palco del teatro Apollonio di Varese c’è il premio Nobel Dario Fo, con uno dei capolavori che l’hanno reso celebre. Un successo strepitoso, sala piena, ovazioni convinte. Nel foyer, il banchetto di un gruppo di volontari cattolici raccoglie fondi per una campagna a favore dei non abbienti. Si chiama «Banco nonsolopane onlus» e organizza raccolte di generi alimentari. Ma ha un piccolo difetto, o qualità, (a seconda dei gusti): fa parte della Compagnia delle opere, gravita dunque nell’orbita di Comunione e Liberazione.
Dario Fo è rimasto sempre ostinatamente di sinistra e Cl è politicamente sull’altra sponda. Due popoli numerosi e appassionati ma che si guardano in cagnesco da tanti anni. Il volontario ciellino però non si perde d’animo, e prima che inizi lo spettacolo si fa portare in camerino. Il premio Nobel è gentilissimo, lo fa sedere e accetta di parlare, si fa dare del tu. Angelo Micale ha 60 anni ed è anche un ammiratore dell’artista: «Conosco tutte le tue canzoni – gli dice – potresti fare un annuncio a fine spettacolo per le donazioni al nostro banco alimentare?». La richiesta viene fatta anche in virtù di un accordo con il teatro di Varese, che ogni anno sostiene una diversa associazione benefica: chiede agli artisti più sensibili di fare un annuncio o dare spazio sul palco alle onlus. La scorsa stagione era toccato a un’organizzazione che si occupa dell’Africa.

POSIZIONI DIVERSE – «Lo so che siamo su posizioni diverse- spiega il volontario – per questo gli ho detto che ero di Comunione e Liberazione. Non me ne vergogno. Sono orgoglioso dell’incontro che ho fatto nella mia vita e non volevo nasconderlo. Abbiamo discusso un po’. E’ stato sincero anche lui nell’espormi le sue critiche. Ma eravamo rimasti che alla fine del primo tempo mi sarei recato sotto il palco e mi avrebbero fatto salire per il mio annuncio». Tuttavia, alla fine ha prevalso la politica: «Il direttore del teatro mi ha avvisato che aveva parlato con l’attore – è la versione di Micale (confermata dal teatro) – in sostanza Dario Fo gli ha riferito che preferiva non dare spazio a un’associazione legata a Cl, anche perché forse il suo pubblico di sinistra non avrebbe capito». Per la cronaca, la raccolta è stata un disastro: il volontario ciellino a fine spettacolo ha contato solo 15 euro. La settimana prima, con l’annuncio, ne aveva presi 270. «Mi è dispiaciuto ma non mi arrabbio – osserva – certe divisioni pesano ancora. Quando verrà Paolo Rossi, ad esempio, so già che non mi potrò nemmeno avvicinare al camerino».

 Qualche giorno fa è esploso qui a Roma lo Scandalo dei Pronto Soccorso (il nome è mio). Da quel giorno le denunce, le testimonianze, i blitz delle forze dell’ordine e le visite dei politici stanno andando avanti a ritmo serrato. E cominciano a uscire fuori vere e proprie porcherie. Porcherie che TUTTI noi romani che abbiamo avuto a che fare con il pronto soccorso di un ospedale a caso conosciamo bene. Ce n’è solo uno che si salva, e tutti lo sappiamo: quello del Fatebenefratelli all’Isola Tiberina, ospedale praticamente perfetto, insieme al Campus Biomedico di Trigoria. Ma il resto è uno schifo, con picchi di orrore terrificanti. Vorrei avere il tempo per raccontare la mia esperienza di due anni fa, il giro dei pronto soccorso romani con le coliche renali che per due settimane non mi hanno dato tregua, i giorni infernali passati nel pronto soccorso di Tor Vergata, fino al ricovero nel reparto di quell’ospedale. La differenza di trattamento tra la mia barella, luce in faccia h24 davanti la postazione degli infermieri (barella faticosamente conquistata dopo due giorni di sedia e solo perché stavo simpatica all’infermiera di turno, che mi reputava gentile e cortese rispetto a una scassaminchia di ricoverata che per i suoi modi le era venuta sulle palle e che non faceva altro che lamentarsi) e la stanza del reparto mi fece sentire la donna più fortunata del mondo, come se fossi passata da una catapecchia infestata di topi al grand hotel. E chissene se poi la serranda della stanza si ruppe nel giorno in cui arrivai, e nessuno la riparò per tutto il tempo che ho passato là dentro: io ero salita dall’Inferno, dove avevo visto vecchi abbandonati sulle barelle, lasciati morire così, lasciati a lamentarsi senza una carezza… Non avevo il diritto di lamentarmi. Il diritto di lamentarmi l’ho perso – e per sempre - proprio in quell’aprile del 2010, nel mio giro dei pronto soccorso, quando mi vergognavo pure del codice giallo con cui mi facevano entrare (colica renale = codice giallo: si entra subito). E un sabato notte ho sperimentato anche quello del Policlinico Umberto I: il medico di turno, dalla faccia da ebete e dal nome che richiamava quello di un noto santo milanese, non capivi come poteva stare lì a gestire la vita delle persone. Di ricoverare me al reparto non se ne parlava: non ero in pericolo di morte e, fatta la lastra all’addome, il suddetto medico mi disse: “Se vuoi, rimani qui stanotte, perché gli ospedali pubblici non rimandano per forza a casa. Ti metto di là: ci sono 41 ricoverati, tu sei la 42. A me non cambia niente e per come stai farti una notte qui in osservazione non ti farebbe male.”.

Di làDi là era una stanza con 41 (io sarei stata la n° 42) barelle accatastate al centro, una incastrata all’altra. Su ognuna di esse una persona anziana, la maggior parte con la flebo in vena. Tutte si lamentavano. Nelle ore in cui aspettavo l’esito delle analisi del sangue e che mi chiamassero per la lastra, in quel corridoio tra la stanzetta dei medici di guardia e la stanza dalle 41 barelle era passato di tutto, compreso uno zingaro azzimato che faceva avanti e  indietro, indisturbato, in cerca di cosa non si sa. Una coppia con una bambina piccola ha litigato allo sfinimento di fronte alla mia barella e alla mia flebo perché la bambina stava male: il padre era scocciato perché con quel mal di pancia la figlia gli aveva rovinato la sua serata al calcetto, e la madre sbraitava per l’incapacità del marito (uomo decisamente di merda, va detto) a decidere o no per il ricovero della ragazzina; intanto la ragazzina frignava senza fine. Per non dire di una vecchia fuori di testa che ha urlato per ore contro gli infermieri, non so per cosa: vaneggiava, e stava di là, nella stanza dove avrei dovuto passare la notte come paziente 42.

Ovviamente, la mia risposta all’ “Io non ti posso cacciare via e una notte qui non ti farebbe male” del medico dal nome di santo è stata: “Dove devo firmare per andarmene a casa?”.

Oggi leggo di questa notizia: In coma e legata alla barella da 4 giorni. Choc al pronto soccorso dell’Umberto I. Una donna di 59 anni con trauma cranico attendeva ricovero da 96 ore: scoperta dai senatori Marino e Gramazio. Il direttore del Dea del Policlinico: succede spesso. Chissà, forse per i cervelloni del Policlinico Umberto I (ospedale connesso a quel mondo marcio che è l’università La Sapienza: è bene non dimenticarlo) anche la povera signora in coma da quattro giorni non era in pericolo di morte: bastava curarla con un po’ di flebo e legandola alla barella.

Posso solo augurarmi che sia l’inizio della fine per questa gente indegna. Anche se sono tanto, ma davvero tanto pessimista.

Premessa: la decisione del governo di non sostenere la candidatura di Roma alle Olimpiadi 2020 da un lato fa incazzare a morte la mia ragione e mi conferma che siamo un Paese di vecchi, un Paese decrepito che non crede in se stesso, che non ha futuro perché non lo vuole avere. Ma dall’altro, lo devo confessare, il mio cuore esulta di gioia, perché al diavolo le infrastrutture, lo sviluppo (o il magna magna?) e blablabla: Roma è salva da quello che sarebbe inevitabilmente stato l’ennesimo saccheggio barbaro, una devastazione senza rispetto della Città. E noi Romani ci siamo salvati da otto anni di incubo certo. Cosa che, se permettete, ci ha sollevato non si può dire quanto (poi, se avrò tempo, su questa cosa ci scrivo un post). Quindi, che si dica quel che si vuol dire e che siamo antichi e retrogradi e quello che ve pare, ma quando arrivi al 2012 con le palle strapiene, l’idea di arrivare al 2020 con le palle sfrantumate ti atterrisce. Detto ciò, poi ieri sera ho messo su Sanremo, ho visto i primi dieci minuti dello Smolleggiato e della platea appecoronata da Piazza Rossa (taccio del resto che è andato in onda prima; basta il commento di mia nonna che continuava a ripetere schifata: “Ma ‘ndò stanno? Allo Jovinelli?”. E mia nonna non è da puzza sotto al naso: è della Garbatella del tempo che fu, quella dei lotti e delle case popolari, no quella dei Cesaroni e dei fighetti che tentano disperatamente di popolarla oggi, per intenderci), mi sono ricordata di quanto al suddetto Svalvolato… ehm, scusate: Smolleggiato sia stato dato di compenso e di come ello abbia deciso di devolvere i MIEI soldi a Emergency e a chi cacchio vuole lui, e mi son chiesta: perché a questo Sanremo sì e a noi, e all’Italia, le Olimpiadi no? In proporzione, le Olimpiadi sarebbero costate meno e avrebbero reso di più, o no? (intanto, per ricordare che per questa Città non c’è pace, il TAR ha bocciato il blocco ai cortei in Centro voluto da Alemanno dopo i fatti del 15 ottobre scorso, e si riparte con corteo selvaggio. Roma, sentitamente, ringrazia).

Fortunatamente, in quel momento il mio angelo custode mi ha fatto arrivare un sms dal mio più caro amico, con cui ci eravamo ripromessi di commentare il festival via sms e che era ancora stranamente silente: “Non lo sto sentendo, non sto sentendo niente. Ho messo su Radio3: c’è la prima dell’Aida dalla Scala. Farò un’eccezione solo per la Bertè”. Detto fatto: abbassato il volume e accesa la radio. Nonna melomane felice, e Loredana Bertè che ha cantato (be’, cantato… si è esibita) appena è finita l’opera.

Qualche link su Sanremo:

Aldo Grasso, Il predicatore decadente

Lo sfogo di Renga (e quanto ha ragione?)

E i tuitteri che si sfogano saccentelli su Sanremo solo per parlarne male. Qui la questione è personale: detesto il mondo di presunzione che gira su Twitter, la società autoproclamatasi “dei Perfetti”; ieri sera mi ci sono affacciata un attimo e ho provato pena, tanta, per chi stava lì agganciato al suo pc, al suo iCoso e dava giù di veleno, che fa tanto figo. Finalmente qualcuno li sta cominciando a sgonfiare (ma temo che la strada sarà lunga e irta di pericoli).

E a proposito di Twitter: Claudio Velardi l’ha vissuta (divinamente e come solo lui sa fare) così.

Sulle Olimpiadi per ora (poi magari pure per il futuro: c’ho da lavorare e poco tempo) mi sto zitta. Per ora solo questo pezzo di Luca Pautasso.

Amen

aggiornamento delle 16.20: m’ero dimenticata Mario Sechi, La scelta di essere marginali (ancora sulle Olimpiadi)

Succede che finalmente arriva lunedì, gli impegni lavorativi fuori casa chiamano, la neve è ridotta a mucchietti abbandonati qui e là e tenuti in vita da un freddo polare. Ma c’è il sole, hai un sacco di cose da fare che causa uffici pubblici chiusi (= biblioteche) non hai potuto fare tra venerdì e sabato, ed esci. E nelle misere 3 ore che hai passato sbattendoti come una pallina da flipper qua e là, incappi in cose tipo queste a seguire.

La Prima: Pancho Pardi a Via dei Fori Imperiali

Le Colonnacce, sempre loro, oggi assediate more solito. Scatta la foto, e l’idea di un nuovo post qui sopra. Ma c’è qualcosa di più interessante che avviene davanti a loro: un gruppo di volanti della Polizia Municipale, un po’ troppe rispetto a quelle che di solito stanno acquattate in quel posto a fermare macchine e motorini e a fare multe.

 Troppi vigili, troppe macchine private parcheggiate all’inizio di Via Alessandrina, che è zona pedonale e con divieto di sosta. C’è qualcosa che non quadra. E infatti accanto al gruzzolo di vigili urbani c’è una coppia: lei pare una badante russa, ma lui è Pancho Pardi.

Stanno lì, e confabulano con i vigili. Insieme a loro c’è un fotografo, che prende accordi con i vigili: “Ecco, qui… col Colosseo dietro che se vede…”.

Sono i vigili che parlano, e chiedono al fotografo di essere ripresi in quella maniera. Cosa che puntualmente avviene, mentre Pancho Pardi e la similbadante fanno su e giù al lato della scena, a controllare, lui continuamente al cellulare.

Poi, a casa, basta farsi un giretto sul sito dell’IdV e si capisce il perché della combutta tra Vigili Urbani (almeno questi qui di stamattina) e Pancho Pardi: pure questioni politiche. Tanto perché non è ancora chiaro che la neve e le polemiche montate hanno avuto solo un’origine politica. E per quelli che ancora si chiedono dove mai si infrattano certi vigili urbani invece di fare il loro dovere, che tanto poi se la Città va male la colpa è di Alemanno, mica dei vigili urbani che non lavorano. O che se la intendono coi politici e si fanno fotografare in posa mentre fanno finta di lavorare perché poi daje addosso ar sindaco. E uno.

L’ho visto: Mario Monti esiste

Piazza Venezia, verso le 13. Tutto bloccato, more solito pure qua. Altare della Patria in grande spolvero, sparata di corpi armati davanti, corazzieri in fila sulle scale. Via la cancellata.

In pompa magna arriva lui: Mario Monti, con il presidente della Germania (mi dicevano): è il secondo da destra nella foto. Salgono le scale, depongono la corona al Milite Ignoto e se vanno.

E mi passano pure davanti in macchina. Una splendida, sobria Maserati. Ho fatto la foto: fidateve, quello dentro è lui.

Diciamo che appena tornata a casa ho benedetto i blocchi del sindaco dei giorni scorsi e rimpianto ancora di più la neve che ci ha fatto restare a casa. 

Intanto, sulla mia amata Grecia, questo bellissimo articolo di Mario Sechi su Il Tempo di oggi:

Mario Sechi, La distruzione di un popolo

È questa l’Europa? È questo il sogno dei fondatori dell’Unione? L’Europa è l’odore acre dei lacrimogeni sparati contro il compositore greco Mikis Teodorakis, un artista di 88 anni che voleva parlare alla folla? Quali parole avrebbero usato oggi il francese Jean Monnet, il franco-tedesco Robert Schuman, gli italiani Altiero Spinelli e Alcide De Gasperi, il belga Paul-Henri Spaak, il tedesco Konrad Adenauer, i padri fondatori dell’Europa, di fronte allo scempio di Berlino, alla debolezza di Parigi e ai tentennamenti dell’Italia di fronte a un’azione che ha un punto di partenza ipocrita (salvare le banche tedesche e francesi) e un punto d’arrivo folle (ridurre in povertà una nazione). Quando perfino uno speculatore da mar degli squali come George Soros dice che «la Merkel sta portando l’Europa nella direzione sbagliata» allora bisogna drizzare le antenne. La ricetta del rigore in questo scenario produce più recessione. I poveri diventano più poveri. E i ricchi mettono le ali ai capitali. Consiglio la rilettura de «Il Grande Crollo» di John Kenneth Galbraith. È il racconto della crisi del 1929, sono elencati tutti gli errori di ieri che si stanno ripetendo oggi. Solo che lo scenario è quello europeo e gli americani – che quella lezione l’hanno imparata – sono preoccupati. Il piano di salvataggio della Grecia è in realtà un piano di affondamento di una nazione e della stessa Europa. Il Parlamento di Atene lo vota? Passa la linea kamikaze tedesca sposata dal ministro delle Finanze greco, Venizelos, che dice «scegliamo il male per evitare il peggio»? Bene. È la soluzione? Il risultato sarà l’innesco di una tensione sociale senza più limiti, la depauperazione della ricchezza, la fuga degli ultimi capitali rimasti e la nascita di un fasciocomunismo che si propagherà al resto dell’Europa. Quello di Atene era un problema relativamente piccolo tre anni fa e lo si poteva risolvere. Ma Francia e Germania hanno pensato ai bilanci delle loro banche (piene di debito greco) e ora pensano al conto elettorale. Nel frattempo il sogno dell’Europa si sta trasformando in un incubo. È una situazione che indigna e suscita rabbia. Nessun popolo va al patibolo cantando e dicendo grazie. Nessun popolo si fa condurre alla fame e alla disperazione. Promemoria per i saggi di Berlino: quel popolo brucerà la casa di chi lo affama. La cancelliera Merkel porterà sulle sue spalle il peso di una politica che rischia di disgregare la già fragile solidarietà europea. È una deriva già presente nel linguaggio. Il ministro tedesco Wolfgang Schauble in questi giorni ha usato parole e toni che umiliano un intero popolo e hanno un suono sinistro e minaccioso. Quando centomila persone in piazza Syntagma applaudono gli anarchici, i black bloc, l’estrema destra e l’estrema sinistra, vuol dire che la ragione è tramontata da un pezzo e che c’è il pericolo concreto di un ritorno del caos nel Vecchio Continente. La polarizzazione della politica produce mostri. Altro che bilanci. Tirare una linea sul conto profitti e perdite non significa saper leggere cosa s’agita nel cuore e nella mente delle persone. Significa perdere di vista quel che sta accadendo e rischiare di finire bruciati nel magma bollente della Storia. Sul Partenone sono nate la nostra cultura, la nostra filosofia, la nostra prima idea di politica. Se Platone uscisse oggi dalla sua caverna, piangerebbe.

Altro che Giulia, o Blizzard, o Burian… Io la chiamerei Paganini.

E’ iniziata, stessi orari e stesse modalità di una settimana fa. #neveaRoma: lo spettacolo si ripete :P

(l’immagine gira su Facebook)

°°°

20.00: Mezz’ora fa pioveva che Dio la mandava. Poi, nel giro di qualche minuto la pioggia è diventata neve. E s’è subito posata. Se continua così, cosa farà? :) [ps: qualcuno è interessato all'appartamento che si affitta nel palazzo di fronte? Ahò, all'ultimo piano c'abitava Gaucci con Elisabetta, ai bei tempi e prima di Gianfry! :D ]

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.